Gig economy: cos’è e come si evolverà

La chiamano gig economy, o “economia dei lavoretti”, ma la sua portata è tutt’altro che ridotta: in questa definizione rientrano tutti quei rapporti di lavoro basati su prestazioni on demand, senza contratto. Il lavoro si spezzetta in singole prestazioni, che possono durare pochi minuti o qualche ora al giorno, retribuite in base all’effettiva attività. È il modello dei riders che lavorano per le aziende di delivery e consegne a domicilio, come Foodora o JustEat. Utilizzati ormai da retailer di qualsiasi settore, su questo tipo di prestazioni di lavoro spesso si fonda il business di aziende anche dai numeri estremamente importanti.

Il fenomeno si è rapidamente diffuso in tutta Europa, in un momento di totale assenza di regolamentazioni pronte ad affrontare un tale cambiamento delle modalità di lavoro. La gig economy, però, sta entrando ora in una nuova fase che potrebbe mettere in crisi alcuni colossi del settore, ma anche gettare le basi per diventare un modello lavorativo consolidato, offrendo dunque alle aziende di tutto il mondo la possibilità di esplorare nuove potenzialità di business grazie al digitale.

In Danimarca è stato siglato il primo contratto che riconosce paga minima e contributi ai riders di una start up, mentre in tutta Europa vi sono mobilitazioni che puntano nella stessa direzione. La gig economy, sulla quale si fonda l’attività di un numero crescente di start up, dimostra così di non essere un fenomeno passeggero, ma di diventare a tutti gli effetti parte del sistema economico globale.

La start up Hilfr, che mette in contatto proprietari di casa con colf e addetti alle pulizie, ha firmato un accordo con 3F, il più grande sindacato danese, introducendo una paga oraria minima (19 euro, poco sopra la media nazionale), contributi previdenziali e copertura per ferie e malattia.

Il caso è emblematico e farà probabilmente da apripista in tutta Europa: anche in Italia non mancano le prime mobilitazioni per richiedere una maggiore regolamentazione dei rapporti di lavoro alle start up che si occupano di delivery. A Bologna, ad esempio, è nata la prima Carta dei Riders, nella quale il Comune fissa un insieme di tutele minime per i lavoratori che offrono le proprie prestazioni alle start up e alle aziende di delivery.

Per le aziende che basano la propria attività sulla gig economy, trovare il modo per rendere il proprio business economicamente sostenibile anche a fronte di cambiamenti nelle condizioni di lavoro offerte è ormai un’esigenza imprescindibile, pena il rischio di doversi reinventare completamente o abbandonare il mercato.

Se i contorni di queste nuove modalità di lavoro sono ancora da definire, una cosa è certa: la gig economy si sta preparando a diventare un modello di business consolidato in tutto il mondo, offrendo nuove potenzialità grazie all’uso degli strumenti digitali. Una realtà con la quale anche i piccoli retailer dovranno fare i conti o imparare a sfruttare, ma che in ogni caso non si potrà più ignorare.

Francesco Smorgoni

Imprenditore da sempre, fondatore di Puntoexe Software House nel 1996 ed ideatore del Metodopraxi.

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